LE DONNE DI CANSANO

di: Enzo De Santis

Quegli angeli della casa gareggiavano con gli uomini nella fatica,
sbizzarrendosi in una straordinaria varietà di ruoli: curavano l'abitazione,
allevavano figli e animali, accudivano i vecchi; setacciavano la farina,
facevano il pane e il bucato. nei periodi culminanti condividevano con gli
uomini il lavoro dei campi, dove arrivavano ogni giorno a piedi, con canestro
del pranzo sulla testa e il lattante in braccio. E quando un temporale bagnava
il raccolto, lo asciugavano all'aperto su teli di juta: avanti e indietro dalla
casa agli slarghi vicini, col carico dei cereali sulla testa e i figli mocciosi
e piangenti attaccati alle gonne. Ma le donne furono anche le sacerdotesse dei
loro fuochi, le tessitrice domestiche di lana e di canapa, le sarte e le
magliaie delle loro famiglie. Cuocevano il cibo nei camini e sulle furnacèlle,
e quando negli anni 50 comparvero i fornelli a gas con le bombole, che respiri
di sollievo: la vecchia fatica era diventata un gioco !! ( le bombole di gas le
vendevano mio padre Peppe Nicola gliù rusc' e Luigi Ficorilli saucicciott)
'

Ogni giorno, più volte al giorno, riempivano d'acqua le conche di rame alle
fontane sparse per il paese. Spesso l'acqua era un filo esile e una coda di madri, di vecchie e ragazze scalpivano e imprecava. E indirizzava cori di
proteste contro la fortunata di turno giunta alla meta: come se fosse sua la
colpa di tanta lentezza e non di chissà quale cause misteriose. Tornando a casa
con la conca piena sulla testa, si bagnavano con l'acqua che sciarbottava; ma
affrettavano il passo rassegnate, alle loro madri era toccato di peggio: in
assenza di fontane in paese avevano dovute riempire le conche alla fonte alla
Canala; anche due o tre viaggi al giorno. Ecco perchè le anziane non provavano
compassione per le figlie e le nuore: "" Sète nate agliù còre d'Abrame ! "",
siete nate nel cuore di Abramo, tuonavano senza misericordia, e volevano
significare che la loro discendenza non aveva nessun diritto a lamentarsi se il
patriarca l'aveva prediletto fino a costellare i suoi passi di comode
fontanelle in paese.
In realtà anche le cocche di Abramo andavano alla Canala. Andavano a lavarci i
panni. Inghinocchiate sui sassi intorno al lavatorio, insaponavano,
stropicciavano, sciaquavano lenzuoli; li sbattevano con forza sulle lastre di
pietra, torcendoli con le braccia robuste. D'inverno l'area era gelida, l'acqua
diaccia, l'idea per riportarsi a casa mani rattrappite e violace, pronte a
deformarsi per l'artrosi precoce.

Vi arrivavano portando sulla testa la coscìna piena di panni sporchi, o la
vazzìna, il piccolo mastello di ferro zincato che comparve nel dopoguerra.

Prima ancora di cominciare a lavare, prendevano a parlare: del brutto tempo,
delle maledetta tosse che affliggeva i figli, dei pensieri che gli agitavano il
sonno e le svegliavano all'alba. Poi s'informavano sulle nascite, sui
battesimi, sulle malattie, sui funerali, sui matrimoni. Litigavano anche: per
un posto rubato dopo tanta attesa, per un'altro tenuto troppo allungo occupato.
E cantavano: cantavano a voce piena, come l'acqua che scorreva lungo il
ruscello; cantavano, sprizzando energia dai petti forti, dai ventri fecondi,
dalle guance colorite e sode.

Il lavatoi alla Canala era vita. Scrosci d'acqua, risa, strilli di voci. Le
madri vi allattavano i piccoli, le bambine vi lavavano fazzoletti mentre i
maschi giocavano sulle rocce attigue, dove le tovaglie si sbiancavano al sole.

Alla Canala le donne andavano anche a risciacquare il bucato. Gliù còfene era
un lavoro paziente e lungo, un'arte, nulla a che fare col programma di una
lavatrice e schiacciare un bottone.

Prima del bucato le donne insaponavano la biancheria e la esponevano al sole
perchè sciogliesse la prima patina di sporco, il prelavaggio, insomma. Il
lavaggio consisteva nel vero bucato, operazione sbiancante meticolosa e lunga:
strati di panni nel tinaccio, per ultimo un telo bianco, gliu cineràle,
riempito di cenere di legna, quindi cottùri di acqua scaldati sul fuoco: prima
tiepida, poi calda, infine bollente. I carbonati di potassio della cenere
lavoravano un'intera giornata. Quando il loro potere detergente aveva raggiunto
l'effetto, le donne svuotavano il tenaccio e torcevano i lenzuoli; e
l'indomani, via verso la Canala col carico sulla testa da risciacquare.

Ma che andassero alla Canala o restassero a casa, le donne non si annoiavano
mai !!!!